Da Corsera:"Bastardi! Eccovi i trenta denari! Traditori! Schifosi! Assassini!". Volano le monetine. Le bottigliette d' acqua minerale. I pacchetti di sigarette. Un mazzo di chiavi. Una scarpa. Uomini, donne, ragazzi, anziani pensionati ondeggiano, premono, piangono, stringono i pugni, si asciugano le lacrime, scalciano, sfondano, sputano, ripiegano, urlano: "Basta, non ne possiamo piu' ! Basta!". E l' una di notte e davanti al cancello della Prefettura, in questa tiepida serata straziata dall' orrore per la strage di via D' Amelio, esplode la rabbia furibonda, incontenibile, inconsolabile di centinaia di persone disperate. Sono palermitani che si ribellano all' ultima sfida della mafia, all' impotenza, alla rassegnazione. E insieme, impossibili da distinguere gli uni dagli altri, decine di amici e colleghi degli agenti di scorta assassinati. E una rivolta. Un ammutinamento. Esce il procuratore capo Pietro Giammanco. Intimorito. Teso. Pallidissimo. Tenta di salire su un' auto blu. Lo riconoscono: "Vattene, maledetto! Li hai ammazzati anche tu". Ritmano: "Via.Giammanco.dalla procura. Via.Giammanco.dalla procura". Spintoni. Sputi. Scarpate alla macchina. I poliziotti in divisa sono impacciatissimi: intervenire o no? Pugni sul finestrino. Insulti: "Mafioso! Amico dei mafiosi!". Il lampeggiante sul tettuccio della macchina viene strappato e scaraventato a terra. Due agenti li' accanto si girano dall' altra parte. Ecco Vincenzo Parisi, il capo della polizia. Impietrito. Le labbra serrate. Terreo. Lo sguardo nel vuoto. Non sa cosa dire. Non sa cosa fare. Se ne sta li' , sballottato tra carabinieri e poliziotti che tentano di ripararlo dal diluvio di monetine. Un agente si punta sulle gambe, da' una spallata tra la folla, travolge uno dei dimostranti e lo inchioda afferrandolo per il bavero contro un camioncino. Il giovanotto accalappiato si ribella: "Ma che cazzo fai? Sono dei vostri!". E l' altro: "Ma cosa pretendi? Qui non ci si capisce piu' niente". Un ragazzo tra i piu' esasperati viene bloccato e trascinato dentro: "Dacci i documenti". Subito gli si precipita dietro un gruppetto. Ci sono Galasso, Folena, Muzzio. Tutti parlamentari: "Mollate quel giovane o arrestate anche noi". Aurelio, un omone dalla barba rossiccia, piange senza ritegno: "E uno schifo, uno schifo... Ma come possono chiederci di avere fiducia? Hanno ammazzato anche noi questo pomeriggio. Hanno ammazzato Palermo. Ci hanno tolto ogni speranza. Noi non ce la facciamo piu' , capite?". Concetta: "Non ci devono venire, ai funerali. Non ci devono venire, i politici. Non devono piu' farsi vedere". Nino: "Le paghiamo noi, le bare. Non ci serve l' elemosina. Ci pensiamo noi, a Borsellino e ai nostri ragazzi. E gente nostra. Sono amici nostri. Anche mio fratello e' nel servizio scorte e questa sera avrei potuto vederlo steso fra le candeline. Bastardi. Gli ho detto: basta, vieni via. Molla tutto. Non devi morire per questo Stato di merda. Morire per Falcone o per Borsellino si' . Loro erano eroi. Erano i nostri eroi. Ma per questo Stato no. Perche' non merita la nostra pelle". Era cominciato tutto verso le otto di sera, davanti alla casa di Giovanni Falcone, dove la gente da due mesi ammucchia fiori, lettere e messaggi. Sembrava una scena del film "Il sole sorge alto". Quella del vecchio giudice pietoso che si incammina da solo, nel silenzio, sfidando il paese, dietro il calesse che porta la bara della vecchia prostituta infelice. Un esempio che via via spezza le paure di una persona, poi di due, di tre, di quattro. Finche' si muove tutto il villaggio. Riscoprendo finalmente la compattezza. L' amicizia. La solidarieta' . Erano partiti in poche decine da via Notarbartolo. Un rigagnolo di gente che risalendo via Liberta' si era ingrossato come un fiume. E aveva raccolto l' afflusso continuo di passanti che lasciavano il marciapiede, magari con la borsa delle spese in mano, per aggregarsi. Fino a diventare un corteo di un migliaio di persone che, passando sotto le finestre della questura, era stato rinvigorito dalla confluenza degli agenti delle scorte, che si erano mischiati alla protesta con gli occhi gonfi di pianto. Tutti qui, davanti alla prefettura. "Siamo carne da macello . dice Maurizio, che ha fatto parte delle scorte di Falcone e di Borsellino .. Non c' e' senso a morire per niente. Venerdi' sera il giudice era a cena in un ristorante di Roma senza scorta. Figurati se la mafia non lo sapeva. Avrebbero potuto ammazzarlo allora. Perche' invece hanno preferito questa strage? Perche' la Mafia voleva tutti questi morti. Per mostrare la sua forza in Sicilia. Per spaventare ancora di piu' la gente". "Basta con le scorte", decidono gli agenti. Si rifiutano di discutere. Non vogliono parlare neanche con Parisi: "Cosa gli diciamo?". E annunciano: "Domani ci autoconsegniamo tutti in caserma". E l' inizio di un braccio di ferro. Nella notte, il questore li esenta: tutti liberi, niente scorte. Contromossa: "Allora noi, per disobbedire lavoriamo normalmente". La mattina, i capelli arruffati e lo sguardo febbricitante, si ritrovano tutti in assemblea alla caserma "Lungaro", in corso Pisani. Porte chiuse. Niente giornalisti. Niente autorita' . Niente capi. Giovanni Candido, segretario provinciale del Siulp, spiega: "In queste condizioni, le scorte devono essere eliminate. A cosa serve una pistola o un giubbetto antiproiettile contro trenta chili di dinamite? Non e' che abbiamo paura. La nostra parte siamo pronti a farla fino in fondo, ma non vogliamo morire per niente". Anche i delegati sindacali, pero' , sono in difficolta' : troppo morbidi. Alla fine, dopo accese discussioni, prevale il buon senso. Il servizio scorte non si tira indietro. Ma chiede garanzie precise. Non si accontenta delle parole. Vuole fatti. Uomini. Mezzi. E inchioda il capo della polizia in una estenuante discussione. Vincenzo Parisi annuisce, si dice d' accordo: "Le scorte possono essere utili in situazioni ordinarie. Ma in queste occorre qualcos' altro. A partire da un diverso controllo del territorio". Quanto ai politici, meglio se restano alla larga: "Non e' vero che li abbiamo diffidati dal venire ai funerali . spiega Roberto, uno dei protagonisti dell' agitazione .. Ma l' altra volta, ai funerali degli amici morti con Falcone, molti di noi sono rimasti fuori dalla chiesa. Non deve piu' succedere. Non c' e' posto per chi vuole fare passerella e piangere lacrime di coccodrillo. Questi sono morti nostri. E li vogliamo piangere noi". Gian Antonio Stella
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19 luglio 2009
18 luglio 2009
Phoney Money
Dal Corriere della Sera, 30/05/1996. C' e' un nuovo nome eccellente tra i sessanta indagati dell' inchiesta "Phoney Money". E' quello del comandante in seconda della Guardia di Finanza, generale di divisione Michele Mola, che ha ricevuto un avviso di garanzia firmato dal pm David Monti. Lo ha reso noto ieri sera lo stesso ufficiale in un comunicato nel quale esprime amarezza e sottolinea la sua completa estraneita' ai fatti. L' accusa sarebbe di favoreggiamento e violazione del segreto d' ufficio: Mola avrebbe avvisato Enzo De Chiara che la procura di Aosta aveva aperto un' inchiesta sul suo conto. Il generale sostiene di essere stato inquisito perche' fu a suo tempo "insignito di una onorificenza dell' Ordine dei Cavalieri di Malta, cui apparterrebbe, secondo quanto afferma il magistrato inquirente, anche il signor Enzo De Chiara". Aggiunge il generale: "Posso dire con tranquillita' che non ho mai violato i miei doveri d' ufficio o comunque discendenti dal mio stato, e che le illazioni del magistrato sono completamente destituite sia di fondamenti riscontrabili, sia di logica costruttiva". La notizia e' giunta al termine di una giornata che doveva essere cruciale per quel filone dell' inchiesta di Aosta riguardante l' attivita' di una associazione segreta che interferiva nei poteri dello Stato. Era infatti previsto un confronto tra Umberto Bossi, Roberto Maroni e Gianmario Ferramonti, il principale protagonista del presunto intrigo, indagato anche per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Ma il faccia a faccia e' saltato per impegni del leader della Lega, mentre Maroni ha fatto sapere che non intende presentarsi davanti al pm di Aosta perche' il magistrato doveva smentire insinuazioni sul suo conto. Monti non ha voluto commentare questo gesto di "disubbidienza civile", ma ha fatto notare che un testimone quando non si presenta commette reato. Cosi' , negli uffici della procura, e' rimasto solo Ferramonti, che e' stato interrogato per oltre sei ore su elementi nuovi emersi durante le indagini. Si e' parlato ovviamente anche di Enzo De Chiara, "consulente" di grandi aziende italiane e personaggio in ottimi rapporti con il presidente americano Bill Clinton. Il pm Monti lo accusa di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d' ufficio perche' sarebbe stato lui ad avvertire Ferramonti, dopo averlo saputo da Mola, che la procura di Aosta stava indagando sul suo conto e che i suoi telefoni erano sotto controllo. Una "soffiata" che . secondo gli inquirenti . ha creato gravi danni all' inchiesta. De Chiara non e' ancora stato interrogato perche' si troverebbe negli Stati Uniti. Anche a lui il magistrato intende chiedere spiegazioni su quella cena alla quale partecipo' nei giorni in cui stava nascendo il governo Berlusconi, presenti Umberto Bossi, il capo della polizia Vincenzo Parisi, Ferramonti e, verso la fine, anche Roberto Maroni. Davvero fu un incontro che determino' la nomina di un ministro? Ferramonti ieri ha spiegato che la cena fu organizzata solo per far conoscere a Parisi Bossi e Maroni, poiche' quest' ultimo sarebbe probabilmente diventato ministro dell' Interno. Alto, abbronzato, elegante, Ferramonti non si e' sottratto alle domande dei giornalisti. Annunciando di aver rilasciato un' intervista esclusiva a un settimanale, ha pero' solo detto che si definisce un patriota, che non ha alcun legame con i servizi segreti e che insiste per un confronto con Bossi. Intanto un' altra ombra inquietante si allunga sull' intrigo. Nel rifugio segreto di Ferramonti, a Cevo, in Valcamonica, perquisito sabato dalla Digos, sarebbero stati trovati documenti interessanti riconducibili a un' attivita' di spionaggio. Corvi Luigi
Un pericolo per le istituzioni
Carlo Ripa di Meana, ministro dell‘Ambiente, raccontò che Amato l’aveva redarguito per il suo sostegno al pool di Milano: «Mi disse che l’azione giudiziaria di Mani pulite - come indicavano i servizi e il capo della polizia Vincenzo Parisi - era un pericolo per le istituzioni». E quando, il 15 dicembre, Craxi ricevette il primo avviso di garanzia, Amato si rivolse direttamente a lui in un famoso discorso: «Questa responsabilità, e qualunque responsabilità ci venga addebitata per questo ruolo, non è e non può essere solo tua, perché tu te la sei assunta per tutti noi... Le responsabilità tutte sono di tutti noi». Tre mesi dopo, il 5 marzo ‘93, il governo Amato varò il primo colpo di spugna: il decreto firmato dal ministro Conso che depenalizzava il reato di illecito finanziamento ai partiti e lo trasformava in semplice infrazione amministrativa, punibile con una comoda multa. Amato disse che gliel‘avevano chiesto i pm del pool. Borrelli smentì con un clamoroso comunicato. Ma Scalfaro respinse al
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